JORIT

Jorit AGOch, talento, passione e grande sensibilità

ESCLUSIVA RM. Tanti hanno visto le sue opere (in via Segni a pochi passi dalla fermata “Quarto Centro” della Sepsa), alcuni le hanno “immortalate” in diverse foto che sono state postate su facebook. Numerosi sono i commenti positivi che hanno destato la nostra attenzione, curiosità sui graffiti che stanno colorando, rendendo più artistico, il nostro centro urbano e sul talento che li sta realizzando, il giovane Italo-Olandese Jorit. E’ considerato uno dei maggiori esponenti italiani di quest’arte.

Due tra i più influenti critici nazionali, Achille Bonito Oliva e Vittorio Sgarbi hanno espresso apprezzamenti sul suo operato, il quotidiano “La Repubblica” scrive che è: “Tra i più promettenti Graffiti Artist della Scena Italiana ed estera”. Jorit è unico in quanto realizza graffiti e opere su tela ad un livello tecnico molto elevato. A ciò abbina un messaggio etico altrettanto forte che lo ha accompagnato sin dall’inizio del suo percorso e che lo ha portato a concentrarsi esclusivamente sulla raffigurazione del volto umano.

Come e quando è nata la sua passione per il writing? “A 13 anni ho cominciato ad usare lo spray insieme ai miei amici per scrivere il nome della nostra “banda” ed un certo senso delimitare il nostro territorio. Inizialmente era un gioco e l’emozione che comportava compiere un’azione illegale ci stimolava e ci divertiva. Con il tempo ho iniziato a trasformare e a migliorare ciò che facevo e da una semplice scritta sono passato a dipinti sempre più colorati ed elaborati. Più miglioravo nella realizzazione dei graffiti e più ero stimolato ad impegnarmi per migliorarmi ancora di più. Ben presto è diventata una grande passione”.

Dal writing è passato progressivamente alla street art. Quali sono state le tappe fondamentali di questa “evoluzione”, di questo cambiamento?  “Con il termine Street Art si intendono tutte quelle espressioni che, compiute in strada, hanno una valenza artistica. Personalmente preferisco chiamare ciò che faccio “graffiti” in quanto mi sento molto lontano dall’uso di poster, adesivi e altre espressioni presenti in questa categoria. Io dipingo in strada tramite l’uso degli spray e altri strumenti pittorici. Ciò che faccio ha più legami a ciò che faceva Michelangelo nella cappella Sistina piuttosto a ciò che fanno alcuni “Street Artists” contemporanei”.

S’è laureato all’Accademia delle Belle Arti di Napoli (110 e lode), quindi, possiamo dire che il suo talento è anche frutto di sacrifici in ambito studentesco? “Lo studio, sia dentro sia fuori dal contesto accademico, è fondamentale, anche in ambito artistico. Non è vero che il genio o il talento fanno di una persona un artista, le predisposizioni che una persona può avere per il disegno e per la pittura senza uno studio delle tecniche non porteranno mai a risultati soddisfacenti. Io ringrazio l’ Accademia di Belle Arti” di Napoli soprattutto per avermi dato la possibilità di approfondire le tecniche relative al disegno, alla pittura ad olio e a quella acrilica, nonché a tutti gli aspetti legati alla realizzazione artigianale di un dipinto su tela partendo dalla preparazione dei telai. Inoltre penso che se non si conosce la storia dell’arte non si potrà mai capire a fondo ciò che si sta facendo e inserire con cognizione di causa ciò che si fa nel periodo storico che si vive.

Nella sua vita ha viaggiato molto. In particolare è stato ben 7 volte in Africa. Cosa l’ha colpito di quel continente? “I luoghi in cui sono stato mi hanno arricchito tantissimo, sia sotto l’aspetto umano sia sotto l’aspetto artistico, per la quantità di bellezza che ho trovato nei posti e nelle persone. Devo molto alla collaborazione con la scuola internazionale d’arte “Tinga Tinga” a Dar es Salaam. Il contatto con questi artisti dal grande talento tecnico e creativo mi ha spinto ad affinare le mie capacità pittoriche con un focus nella cura dei particolari”.

Proprio per il continente africano lei si è mosso anche con aiuti umanitari. Può illustrarceli? Cosa hanno significato per lei questi gesti? “Nel Giugno 2010 ho esposto venticinque dipinti ispirati a quel continente mosso dalla volontà di raccogliere fondi per costruire il reparto di maternità di un piccolo villaggio che ho visitato, situato vicino Dar es Salam. La mostra fu un successo: furono venduti tutte le opere e l’evento vide l’interessamento della Rai e, soprattutto, il reparto fu costruito. Dopo questa esposizione ce ne sono state altre, tutte realizzate insieme all’associazione “Karibu”, e tutte hanno riscontrato una grande affluenza di pubblico. Posso dire che queste esperienze mi hanno cambiato nel modo di rapportarmi con il mondo e mi hanno spinto a ricercare valori profondi che troppo spesso vengono coperti da superficialità e ignoranza qui in occidente”.

Come sceglie i volti da disegnare e che quindi unisce nella sua “hUman Tribe”? Ci sono legami con loro? Li ha mai conosciuti direttamente? “Le persone che ritraggo sono legate tra loro esclusivamente dal fatto di appartenere alla specie umana. Il legame è profondo ed è lo stesso che lega ognuno di noi a tutte le persone che ci circondano nel bene e nel male, questa è una realtà indiscutibile. Per ritrarle mi è indispensabile vederle almeno una volta: per studiare il volto e raccogliere tutte le informazioni fisionomiche tramite foto”.

Una delle sue “firme” se proprio vogliamo chiamarle così, sono le due strisce rosse sui volti che disegna. Perché proprio due strisce rosse? Che significato hanno? “Dopo le esperienze in Africa la mia attenzione si è concentrata esclusivamente sulla raffigurazione realistica del volto umano che ho iniziato a marchiare con queste “strisce” sulle guance che rimandano a rituali magici/curativi africani, in particolare alla procedura della scarnificazione: rito iniziatico del passaggio dall’infanzia all’età adulta legato al momento simbolico dell’entrata dell’individuo nella tribù. Si è fatta in me forte l’idea secondo cui le differenze di razza, di sesso, religione e classe sociale sono infinitamente meno significative rispetto alle caratteriste che accomunano gli esseri umani”.

Ha raffigurato i volti di tanti cantanti e persone che operano nella musica. Poi ha dipinto Vittorio Sgarbi. Perché lui? “L’ho conosciuto, qualche anno fa, in occasione di una mostra (a Torino) che lui presentava ed alla quale io partecipavo. Ho realizzato un’opera e lui da grande esperto di arte è stato ben contento di venire a vedere l’opera dal vivo”.

Lei è stato a New York facendo anche lì dei suoi lavori. Ci può descrivere questi due graffiti? “Nel 2013 ho visitato la città che ha visto nascere la cultura di cui faccio parte. Le raffigurazioni realizzate nella “Grande Mela” sono state un punto di arrivo e di partenza nella mia vita poiché le persone che ho raffigurato sono di origine Afro-Americana e facente parte di una realtà di disagio non dissimile da quella che ho visto in paesi poveri lontanissimi dalla realtà Statunitense. In un certo senso la mia idea di Tribù si è concretizzata grazie alla realtà multietnica di New York”.

È consapevole che anche grazie a lei molti ragazzi si avvicinano a questo mondo? C’è chi la chiama arte, la sua (ma in generale quella della street-art) e chi la chiama illegalità. Cosa ne pensa lei? “Questo mi fa molto piacere. Dipingere può essere per tanti una via di uscita da realtà difficili. Il fenomeno dei Graffiti Metropolitani ha origini molto antiche. Si può dire che i graffiti sono la prima forma espressiva ed artistica dell’essere umano. Picasso disse che dopo quello che aveva visto nelle famose grotte di Altamira (in cui erano presenti alcuni antichissimi graffiti) “tutto ciò che ne era seguito era decadenza”. Credo che sarebbe molto felice nel vedere come quell’arte così antica si è evoluta nell’epoca contemporanea. Ovviamente non tutto può considerarsi arte, credo che questa definizione va guadagnata”.

Il 5 maggio esporrà alla galleria “La Stellina Arte Contemporanea” di Roma. Vuole anticiparci qualcosa? “Saranno presenti i miei ultimi dipinti su tela frutto della ricerca degli ultimi due anni. Inoltre, come sempre, realizzerò il set fotografico a chi vorrà commissionarmi un opera. Ritengo che questo ultimo periodo sia artisticamente la fase più alta che io abbia mai raggiunto, per questo motivo sono molto orgoglioso di questa esposizione anche per il carattere molto intimo che prevede la mostra”.

Approfondimenti sulla storia e sulle opere di Jorit: http://www.jorit.it/index-1.html?hc_location=ufi

 

 





Commenti