PANORAMA

Amare la nostra città è..

Nell’arco del suo percorso ogni Vescovo deve compiere la “Visita Pastorale”, cioè per una settimana deve vivere attivamente le singole parrocchie della sua area spirituale di competenza per approfondirne la conoscenza, i pregi, i difetti. Tra il gennaio e l’aprile 2014 Monsignor Gennaro Pascarella ha vissuto le 6 parrocchie della Forania di Quarto (Santa Maria Libera Nos a Scandalis, Gesù Divino Maestro, San Pietro e Paolo, San Castrese, Maria Regina della Pace, Sant’Alfonso Maria de Liguori). Al termine i sacerdoti (don Antonio Petracca, don Genny Guardascione, Padre Erminio Albano, don Giuliano Poloni, don Fabio De Luca, don Marco Montella) hanno scritto questa lettera collettiva ai fedeli

 

Carissimi fratelli e sorelle della Chiesa e della città di Quarto,

la visita pastorale ha portato il nostro vescovo, mons. Gennaro Pascarella, a visitare e confermare nella fede le comunità parrocchiali delle sei parrocchie della forania di Quarto. È nostro desiderio metter in comune con voi alcune considerazioni scaturite e maturate dai numerosi incontri del Vescovo con i gruppi parrocchiali e con i componenti della società civile, nell’intento di scuotere le coscienze e nella speranza di dare inizio ad un autentico processo di rinnovamento morale e civile della nostra città.

Innanzitutto assicuriamo la vicinanza della Chiesa ad ognuno di voi. Sempre più vogliamo diventare, come diceva don Tonino Bello (1935-1993), vescovo, testimone e profeta, Chiesa del grembiule, Chiesa del servizio. Vogliamo prendere lo stesso grembiule di cui Gesù si cinse quando lavò i piedi agli Apostoli. Il centro, la fonte e il culmine della nostra vita cristiana è l’Eucarestia; ma essa ci spinge ad andare, a calpestare le polverose strade del mondo, spesso bagnate dalle lacrime e dal sangue dei poveri e degli afflitti.

Vi invitiamo a fare con noi uno scatto di orgoglio: a fuggire la tentazione dell’individualismo, a farci promotori di una sana cultura dell’agorà, cioè del desiderio di riunirsi insieme per analizzare problematiche ed elaborare strategie e soluzioni. Questo comporta: aprire le porte delle nostre case, uscire e calpestare le vie e i marciapiedi della nostra città; lasciare le auto nei garage e incrociare i nostri sguardi, incontrarci, salutarci, abbracciarci, stringerci la mano; riappropriarci insomma della nostra città, che non merita di essere il dormitorio in cui rischia di essere trasformata.

Amare la nostra città è non chiudere gli occhi sulle ferite gravissime arrecate all’ambiente e al territorio. È sufficiente fare un giro nelle zone periferiche per imbattersi in vere e proprie discariche a cielo aperto, spesso vicine a plessi scolastici, vere e proprie bombe ecologiche che attentano alla salute di uomini, donne e bambini. Non si può sempre attribuire la responsabilità di tali scempi alle istituzioni. È necessario crescere nella consapevolezza che lo sviluppo economico passa anche attraverso un’autentica cultura di rispetto dell’ambiente. Le istituzioni hanno il dovere di vigilare e, all’occorrenza, di perseguire; i cittadini non possono e non devono chiamarsi fuori da questo processo di riqualificazione ambientale.

Amare la nostra città è non stare alla finestra a guardare, mentre essa politicamente si sfalda. È necessario un sussulto di cittadinanza attiva. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte alla drammatica situazione dei frequenti scioglimenti dei governi cittadini a causa di infiltrazioni malavitose e il conseguente perdurare della gestione commissariale. Non possiamo rimanere relegati nell’immobilismo e nella rassegnazione.

Amare la nostra città è dare vita ad una cultura politica che abbia come centro il bene comune e l’attenzione alla dignità della persona, di ogni persona. Purtroppo stentiamo oggi ad individuare figure di prestigio, adeguatamente formate, umanamente solide, capaci di impegnarsi in politica con un autentico spirito di servizio. C’è una tentazione soprattutto che bisogna vincere: quella della corruzione. “E’ tanto facile – ha detto papa Francesco – entrare nelle cricche della corruzione, quella politica quotidiana del do ut des. Tutto è affari. Quanta gente soffre per queste ingiustizie!”.

L’auspicio è che autentici uomini di fede possano impegnarsi nella gestione della cosa pubblica, partendo non dai propri interessi o da quelli del proprio gruppo, ma perseguendo esclusivamente lo sviluppo armonico del territorio e il benessere dei cittadini.

Amare la nostra città è aiutarsi a trovare nuove vie di occupazione in questo tempo di crisi. Perché non ripensare ad un ritorno all’agricoltura con la conseguente valorizzazione dei prodotti agricoli di qualità? Quarto era famosa per la produzione della mela annurca, per l’uva falangina, le ciliegie e le noci. Con una sana e autentica cooperazione questi prodotti potrebbero rappresentare un nuovo volano di sviluppo. Nello stesso tempo si potrebbe valorizzare il patrimonio archeologico, che arricchisce il territorio quartese, ma totalmente ignorato e abbandonato.

Amare la nostra città è avere il coraggio di denunciare tutte le forme di malavita, che l’hanno portata sulle pagine di cronaca nera. È vero le mele marce sono una sparuta minoranza e c’è tanta gente buona, onesta e operosa nella nostra Quarto. Rimaniamo, però, deboli, se ci isoliamo. Se rimaniamo chiusi nel nostro piccolo mondo, se ci lasciamo spingere dalla rassegnazione nell’indifferenza, se non dialoghiamo con gli altri e non ci mettiamo insieme , prenderà il sopravvento sempre chi è più forte, più astuto.

Amare la nostra città è dare concreta attenzione ai giovani. Aiutarli ad amare la vita: la propria vita e quella di ogni persona. Troppe volte nelle nostre parrocchie abbiamo accompagnato alla casa del Padre, tra la disperazione di familiari e di amici, vite di giovani ragazzi prematuramente distrutte in drammatici incidenti sulle strade dissestate delle nostre città. Noi adulti non possiamo rinunciare alla fatica dell’educare; voi giovani alla fatica della crescita e  dell’assunzione di responsabilità.

Carissimi fratelli di Quarto,

è giunta l’ora di diventare i veri protagonisti del nostro presente e del nostro futuro, ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte senza la pretesa di voler sempre delegare agli altri l’opera di ricostruzione morale, civile, sociale ed economica del nostro territorio.

Solo se ci mettiamo in gioco potremo essere esigenti con i nostri amministratori e potremo dire: “io ce l’ho messa tutta!”.

 

Sono trascorsi oltre 3 anni dalla Visita Pastorale e da questa lettera il cui contenuto è ancora molto valido, soprattutto nelle tante parti evidenziate in grossetto. Vale la pena rileggerla tutta, riflettere sulle parole usate dai sacerdoti che, nei numerosi momenti di difficoltà vissuti da Quarto, sono stati il punto di riferimento (spesso don Genny Guardascione lo ha sottolineato). A loro ci si è rivolti per consigli, indicazioni non squisitamente spirituali. In quegli istanti sono stati loro, spontaneamente, a dare consigli, dritte da seguire. Diversi non li hanno mai ascoltati/letti oppure sembrano esserseli dimenticati.

 

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