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Unità d’Italia, annessione o conquista?

Un interessante viaggio nella storia del Mezzogiorno è stato compiuto dalla delegazione di studenti dell’Istituto Montalcini di Quarto che hanno seguito il convegno tenuto dall’inviato speciale de “Il Mattino” Gigi Di Fiore che ha esposto diversi capitoli, meno noti di altri, ma utili a comprendere l’odierna disuguaglianza esistente il Nord ed il Sud d’Italia. “Differenze mai colmate – sottolinea l’assessore alla cultura Mauro ScarpittiPer superarle occorre conoscere il passato. Questa non è stata un’operazione nostalgia, ma un momento verità in cui i fatti sono stati raccontati così come sono accaduti. Un’iniziativa fortemente voluta dall’amico Castrese Paragliola e nella quale abbiamo coinvolto i ragazzi che, poi, elaboreranno propri testi con personali riflessioni sull’atavica disuguaglianza che comincia oltre un secolo fa”. Un tema caro all’associazione per il Meridionalismo Democratico che ha promosso questo forum per stimolare la riflessione, approfondire la storia dei nostri territori e spiegare l’importanza dell’articolo 3 della Costituzione che, come ha evidenziato il dottor Nicola Olivieri, “è molto disatteso, soprattutto, a queste latitudini” dove, inoltre, è importante “non sottovalutare i segnali provenienti dalla gente”. “Vivere i territori per amarli e difenderli – rilancia il sindaco Rosa CapuozzoOccorre sviluppare una coscienza civile così da contrastare determinati fenomeni negativi. Il susseguirsi di atti vandalici è noto a tutti che devono rispondere mostrando di avere conoscenza di ciò che abbiamo, dei valori e della storia”. Questa è lunga, articolata, complessa. Con chiarezza, precisione, semplicità lo scrittore l’ha snocciolata tenendo desta l’attenzione dei presenti.
Ha esordito ricordando che, prima della nascita del Regno d’Italia (17 marzo 1861), già esisteva uno stato unitario ed era quello Meridionale, noto come regno di Sicilia. Per ben 7 secoli è stato unito pur se retto da diverse dinastie. In questi lunghissimi anni ha acquisito caratteristiche che, poi, hanno inciso sul suo sviluppo economico (soprattutto basato sull’agricoltura e sulla concentrazione delle proprietà terriere nelle mani di pochi che si consideravano quasi al pari dei sovrani).
Era una nazione grande, popolosa (ben 9 milioni di abitanti), senza velleità di espansione, ma appetita da tanti, in particolare nella fase della crescita del settore agricolo e tessile. Nel periodo della cosiddetta rivoluzione industriale diversi volevano conquistarlo e ciò avvenne nella seconda metà dell’800. Gli ideali risorgimentali che giustificarono l’Unità d’Italia furono teorici. La motivazione principale era economica. I Savoia avevano un debito pubblico elevatissimo conseguenza delle spese sostenute per le numerose guerre. La partecipazione ai conflitti fu possibile grazie ai prestiti ricevuti dalla banche inglesi che, ora, volevano recuperare quei soldi ed i relativi interessi (restituiti completamente solo nel 1903). Il Piemonte era sull’orlo della bancarotta e per salvarsi pianificò quell’operazione bellica che, alcuni definiscono annessione, altri conquista. Entrambe le teorie sono attendibili, supportate da verità oggettive.
Tanti non sanno che l’unificazione fu sancita anche con forme primitive di referendum che si tennero nelle piazze e con il voto palese. La gente era condizionata dalla presenza di liberali, garibaldini e camorristi. Quella consultazione terminò con un plebiscito ed il sud perse la propria autonomia, diventando una provincia del Nord dal quale furono, poi, prese tutta una serie di consuetudini e leggi. Per farle accettare i settentrionali iniziarono a denigrare le abitudini, le norme adottate in precedenza dai meridionali che erano giudicate inferiori, basse sul piano etico, morale. I residenti faticarono a contrastare questa campagna denigratoria che ebbe conseguenze anche sul versante politico. Il sistema elettorale adottato era molto restrittivo (il diritto di voto era dato solo a 400mila cittadini sui 21 milioni totali) e, di conseguenza, il Parlamento era rappresentativo di una piccolissima parte della popolazione.
Non meno penalizzanti furono le decisioni in ambito economico con molte terre che non furono restituite così come era stato promesso. Iniziarono così rivolte (compiute da soggetti che lo stato definì briganti) che furono represse in maniera spietata, terribile, brutale (oltre 7000 morti) e con il varo di una legge speciale (nel 1863) che introduceva un processo sommario che spesso terminava con la fucilazione dei condannati. Una volta uccisi questi erano fotografati per fini propagandistici. Gli scatti servivano per diffondere l’idea che i meridionali erano rozzi, dediti solo alle attività delinquenziali.
In poche parole volevano fare di tutta l’erba un fascio sostenendo che ogni cittadino apparteneva alla camorra che era (ed è) un’organizzazione criminale che esisteva sin dall’800. Se ne trovano tracce nei testi del 1860 di uno scrittore francese che la classificava come un’entità dedita all’estorsione ai danni dei cocchieri, degli scaricanti di porto e delle persone di bassa estrazione sociale. Una realtà conosciuta e combattuta dalla polizia che eseguì numerosi arresti come emerge anche dalla lettura dei diari di alcuni liberali.
Nella spedizione dei 1000 Garibaldi ebbe il supporto di questi delinquenti. Prima della campagna militare ufficiale, due suoi collaboratori strinsero accordi con certi latifondisti dando così vita alla mafia siciliana. L’eroe dei due mondi ottenne la garanzia di tranquillità, sicurezza al suo transito. Lo stesso ricevette anche a Napoli dove l’ultimo ministro dell’Interno, un avvocato leccese, era, da tempo, in contatto con lui e con Cavour. Per assicurare quanto richiesto strinse un patto con la camorra cui concesse amnistia ed una futura benevolenza. Un comportamento che fu giustificato con l’eccezionalità del periodo. E’ una pagina inquietante, terribile della storia del sud. Con quelle intese la camorra fece un salto di qualità notevole. Una crescita possibile grazie al contrabbando che fu poco ostacolato, controllato. Un atteggiamento le cui ripercussioni condizionano il presente in cui, tuttora, certi deputati manifestano la propria poca conoscenza dei meridionali che sono, purtroppo, giudicati in base a pregiudizi, stereotipi, modelli vecchi, superati.

 

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