EMANUELE CERULLO

Emanuele Cerullo: “Non chiamatemi il poeta di Scampia!”

Molte, troppe volte quando sentiamo parlare delle “Vele” di Scampia ascoltiamo parole condite di veleno, di spari e di morti. E se, per una volta, questo quartiere di Napoli può essere legato a qualcosa di diverso? Al luogo di nascita di un autore, ad esempio. Emanuele Cerullo è nato 23 anni fa in quegli edifici coltivando la sua passione per la poesia. È proprio la poesia che lo sta portando alla ribalta in questi giorni: ne “Il ventre di Scampia” ha raccolto tutti i suoi pensieri, le immagini che poi vengono trascritte su carta sotto forma di poesie. In realtà lui ha cominciato sin da bambino a scrivere, la sua prima raccolta è intitolata “Il coraggio di essere libero” (pubblicata nel 2007) ma non si è fermato solo a poesie, la sua passione per le liriche è andata di pari passo con lo scrivere ed il produrre testi rap. La nuova raccolta, presentata ufficialmente l’11 febbraio, è il lavoro della maturità che servirà solo a dargli lo slancio definitivo.

Cosa ti ha spinto a scrivere? “Diciamo che è stata un’esigenza. Quando ero ancora abbastanza piccolo c’era una faida di camorra e non uscivo mai perché i miei genitori me lo impedivano. Mio fratello mi portava tanti libri e quindi man mano mi sono accorto che la parola è comunicazione e in quanto tale può trasmettere qualcosa. Ho provato a scrivere già quando frequentavo le scuole medie, però mi colpì molto già dalle elementari, quando la maestra leggeva poesie e filastrocche. Una di queste, “La fontana malata” di Palazzeschi mi impressionò per la musicalità dei versi. Il poeta riproduceva il suono della fontana attraverso la parola, compresi dunque tutto il potere comunicativo della parola”.

Ti sei mai sentito una “mosca bianca” nel contesto in cui vivi? “Un po’ diverso sì. Però i miei genitori mi hanno insegnato comunque a trarre il meglio da ognuno, proprio perché siamo diversi. Siamo tutti diversi, però, nelle azioni c’è qualcosa che ci accomuna. Ho bisogno comunque degli altri per scrivere, perché penso che chiunque scrive, ma anche una persona che dipinge, sia un ladro di emozioni: attinge dalle azioni, dai gesti e dalle parole altrui. Racconta il suo mondo attraverso l’altro. Noi tutti abbiamo bisogno della diversità. Come scrivo in una poesia: “M’è guadagno, m’è ricchezza questa zingara diversità”.

Numerose volte sei definito come “il poeta di Scampia”. Quanto è vero? Scriverai solo di Scampia? “Dobbiamo partire dal presupposto che io non amo le etichette perché ci limitano. Questa me la diedero nel 2009 ed è comunque riduttiva: da un lato mi rende locale, dall’altra qualcuno potrebbe dire “poeta perché di Scampia” quindi si genera un meccanismo di marketing, che tra l’altro è stato scatenato più dall’opinione pubblica che dal sottoscritto. Non è una definizione che apprezzo proprio perché non voglio assolutamente scrivere solo di questa zona. Con questo libro ho cercato di far capire che è importante parlare del quartiere ma è altrettanto importante parlare da qui: uno sguardo dall’interno può dire molto di più rispetto a tutto quel che si dice da fuori. Farò altro, anche perché continuare a parlare dello stesso argomento sarebbe noioso. Ho una filosofia di vita: “Non perdere tempo, inventalo”, vuol dire anche aprirsi al nuovo, questo pensiero è dato dalla mia religione, il Buddismo, che si sposa benissimo con quel che scrivo”.

Nell’immaginario collettivo la visione di Scampia è legata a telefilm come “Gomorra” e “L’oro di Scampia”. Cosa pensi di queste serie, di questi libri e di questi film che un po’ denigrano la zona mettendola anche in cattiva luce? “A mio avviso, per quanto riguarda “Gomorra”, bisogna fare una netta distinzione tra libro, film e serie: ritengo che il volume di Saviano sia una bella opera, secondo me ha rotto il ghiaccio. Per quanto riguarda i prodotti video tendono effettivamente ad evidenziare il male, però il male c’è. Sono del parere che l’arte non va censurata. Non c’è bene senza male, sono opposti che si attraggono. Se il male non esistesse il bene non lo farebbe nessuno. Tante associazioni locali approfittano di questa costante presenza del male per mettersi in mostra. Può essere positiva la loro presenza però non si può escludere il quartiere stesso: nelle iniziative promosse da queste associazioni partecipano solo i soci, non va bene. Bisognerebbe ampliare, proporre una partecipazione vera. Il comune di Napoli dà finanziamenti a queste associazioni e diventano una cosa istituzionalizzata, cosa che a Scampia è un controsenso, visto che non c’è il senso delle istituzioni, altrimenti non ci sarebbe stata la camorra. Nelle visite ufficiali, il Papa, il presidente della Repubblica Ciampi, il presidente della Camera Boldrini hanno parlato di speranza, ma la speranza è un sentimento astratto, senza agire siamo condannati alla staticità. L’aiuto non deve arrivare dall’esterno, Scampia deve rinascere dall’interno”.

Esistono due Napoli? “Napoli è Napoli. È una città piena di contrasti, il bene e il male, il borghese e il misero di periferia. Napoli è una. Se volessimo dividere la città tenderemmo a sminuirne il valore. Quando vedo il Vesuvio e le luci che lo contornano mi sembra una donna con una collana. È tutta una cosa. I miei progetti futuri si baseranno proprio su questo argomento. Ho iniziato con la periferia poi vorrei proseguire parlando di Napoli, proprio per dimostrare che è una sola. Ci sono dei punti di incontro che la rendono unica, non c’è tutta questa incomunicabilità che troviamo, invece, nelle altre città”.

Cosa si prova a collaborare con docenti o con critici letterari, persone con una solida esperienza in quest’ambito? “È una bella responsabilità. Devo restare con i piedi per terra, devo essere molto prudente perché loro sono esperti, ho tanto da imparare da loro, mi comporto con imbarazzo. Bisogna essere anche pronti a ricevere critiche, anzi, ho molta voglia di riceverle, ma che siano costruttive. Sento di dover migliorare, non posso non affidarmi a queste persone perché ho bisogno del loro parere che sia positivo o negativo circa la mia opera. Qualche critico, parlando della mia opera disse che parlo “poetese” cioè mostro attaccamento alla tradizione poetica, difatti io leggo molti poeti Simbolisti, Ermetici, Ungaretti e Montale. Insieme a questa critica, però, mi sono arrivati anche consigli interessanti e non posso che farne tesoro”.

Che rapporto hai con l’editoria? Hai qualche consiglio da dare? “Ci tengo molto a parlare di questo argomento. Innanzitutto non bisogna farsi entusiasmare dai marchi delle case editrici: se un grande marchio decide di pubblicare un tuo scritto lo distribuisce, ma non c’è molta promozione. Ci sono questi due fattori a cui io punto tanto, la distribuzione è la normale messa dei libri nelle librerie, la promozione è molto più faticosa perché oggi l’autore deve essere promoter, organizzatore, deve essere tutto, soprattutto se si tratta di piccole case editrici. Vorrei consigliare di scrivere moltissimo e di non ridurre troppo, alla riduzione ci pensa l’editor, il correttore di bozze che taglia tanto. Non bisogna puntare molto sulla narrativa classica, i tempi sono cambiati. Kafka e Joyce non avrebbero pubblicato così tanto oggi, a mio avviso. Bisogna creare storie rapide, che si leggono d’un fiato, leggere e ascoltare tantissimo le persone competenti, come ho fatto e sto facendo io, tra autore ed editore serve che nasca una complicità, altrimenti non va bene. L’autore non deve assolutamente pagare per pubblicare, perché l’editore è un imprenditore, in quanto tale deve investire sul talento. Così come non bisogna pagare per i concorsi letterari, bisogna selezionare i concorsi gratuiti più importanti”.

 

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