CROSIO

Ist. Pareto, auditorium occupato da un docente

Definire scuola l’Istituto Vilfredo Pareto di Arco Felice è molto difficile, quasi impossibile. Chiunque abbia l’opportunità di percorrere via Annecchino, da questa osserva un lato dell’edificio che, apparentemente, è normale se si eccettua la doppia colorazione. E’ il retro e l’interno ad essere molto più simile ad un cantiere o ad un campo palestinese come il prof Crosio lo ha ribattezzato. I primi segnali di essere in un altro luogo si hanno appena varchi l’ingresso. Il corridoio di fronte è, per ogni piano, inaccessibile ed il transito è impedito da un muro alto e ben fatto. Alle sue spalle, ci sono delle aule che non sono sfruttate perché quella zona del plesso è interessata da lavori di adeguamento. Infatti l’Istituto è inagibile. In base a delle verifiche fatte dall’Ufficio tecnico della Provincia, la struttura è pericolante e, quindi, improvvisamente per salvaguardare l’incolumità di studenti, insegnanti ed altri dipendenti, la Provincia di Napoli decise, 6 anni fa, di chiudere le porte e trasferire le classi del “commerciale” (noto anche come ragioneria) presso l’Itis Tassinari e quelle di geometra presso la Pergolesi sita sul versante opposto di via Annecchino. In entrambe le sedi, gli ospiti frequentavano le lezioni di pomeriggio. Una soluzione poco comoda cui si cercò di trovare rimedio spostando tutti gli allievi del Pareto a via Antiniana ad Agnano nell’ex ospedale della Nato. Uno stabile con una diversa destinazione d’uso poco consona alle esigenze degli studenti ed, inoltre, sito in una zona di Napoli poco servita dai mezzi pubblici. Arrivare a scuola per i ragazzi era un’operazione lunga e complessa. Per 4 anni hanno dovuto superare tutte queste difficoltà. A settembre 2012, la bella notizia: si torna tutti ad Arco Felice. Ma l’incubo non è finito perché il vecchio edificio non è ancora interamente utilizzabile. Nello specifico ci sono 17 stanze e 37 gruppi di allievi da collocare. Necessario, quindi, il ricorso al doppio turno con il biennio in classe la mattina (dalle 8.10 alle 12.15) ed il triennio il pomeriggio (dalle 12.30 alle 17.30). Una soluzione non ottimale che si somma agli altri inconvenienti presenti. Non c’è l’aula dei professori e i loro cassetti ed il tavolo per le riunioni è posto al primo piano in un atrio (luogo di transito tra i diversi corridoi). I laboratori sono chiusi perché collocati nella parte dello stabile in cui sono in corso i lavori e separata dal resto da teloni. Alcuni uffici amministrativi sono stati trasferiti al piano terra, vicino la palestra, in un ex deposito. La sede doveva essere provvisoria, per circa 10 giorni, ma ne sono trascorsi già 40 e nulla è cambiato. In uno scenario assolutamente poco carino, confortevole i ragazzi dovrebbero ascoltare le lezioni di italiano, matematica, storia, geografia, disegno, ragioneria, ecc.. Operazione molto difficile tant’è che da ieri gli alunni hanno deciso di indire a tempo indeterminato l’autogestione. Un provvedimento ritenuto il più consono per manifestare contro la situazione logistica. Con grande senso di responsabilità i giovani hanno bocciato qualunque forma di protesta violenta, giudicata inidonea. Le prime due ore sono dedicate alla normale attività curriculare, le altre a corsi di recupero, forum sulle tematiche sociali, politiche, culturali, ritenute interessanti, utili alla loro formazione. Da questa mattina, al fianco degli studenti c’è anche il professore di Italiano e storia Vincenzo Crosio che ha deciso di occupare l’auditorium (dalle ore 9 alle 20.30). “Lo farà fino a quando la Provincia di Napoli non si deciderà a restituirci la scuola – recita il suo comunicato ufficiale – Questa è la conseguenza di una politica corrotta che ha gestito il territorio in maniera criminale! E’ una mia scelta, non vedo altre soluzioni a questo strazio infinito cui sono sottoposti gli allievi, i docenti, le famiglie, la comunità nel suo insieme. Noi siamo, tutti, società della conoscenza. Abbiamo diritto all’istruzione, alla formazione, alla conoscenza. Farò normalmente il mio orario di lavoro, per il resto della mia giornata sarò, per un’ora, in Zazen (meditazione ferma e auto responsabile, disciplinata)e per 20 minuti in Kin Hin, secondo la tradizione cui appartengo, lo Zen Soto. Vedo troppo disordine mentale intorno a me, dolore, sofferenza, incapacità a comprendere. Osserverò il digiuno rituale che prevede una tazza di riso ed una di thè verde. Così come è nella tradizione dei monaci samurai. Chi vuole unirsi lo può fare”. Nelle ore che, il sottoscritto ha trascorso nella sala, diversi ragazzi ed alcuni colleghi si sono fermati ad osservarlo, a parlare con lui che ha ribadito gli stessi concetti tenendo anche una piccola lezione di vita raccontando la sua filosofia, episodi di vita quotidiana vissuti o che gli sono stati raccontati. Aneddoti che, in qualche modo, comunque formano la persona. “Come professore devo formare anche l’etica, oltre che la cultura degli alunni – aggiunge – La scuola svolge un importante servizio sociale, ma in questo caso, io ed i miei colleghi siamo penalizzati da questo campo palestinese in cui dobbiamo lavorare. I nostri teen agers sono sbandati, ma pazienti, io mi sono stancato di ascoltare tante storie che non corrispondono alla realtà. Informata la preside e le autorità ho deciso d’intraprendere questa forma di protesta della quale tutti devono essere informati perché devono conoscere anche i danni morali e materiali che la Provincia sta provocando a questi ragazzi, la drammaticità della situazione. Sarà una battaglia lunga, dura, ma tutti devono prendersi le loro responsabilità”. Infatti, pare che degli oltre 10milioni di euro previsti per la messa in sicurezza dell’edificio quasi nulla è stato corrisposto alla ditta aggiudicatrice dell’appalto che, per non ritrovarsi nel torto, non ha mai interrotto le operazioni, ma queste sono eseguite da soli 3 operai con la conseguenza logica che i tempi si stanno prolungando e la fine non è assolutamente certa. L’ultima data annunciata era gennaio, ma rispettarla è un’utopia.

 

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