MOSCARDINI 5bis

L’importanza di una corretta comunicazione in caso di calamità

Uno scoop di poche ore segna per tutta la vita. In positivo e in negativo. La serietà, la rigorosità, la precisione, l’attendibilità nel riferire notizie soprattutto quando si parla di calamità naturali (terremoti, alluvioni, tsunami) in aree geografiche a rischio, cioè dove questi eventi possono verificarsi è importante. Avere buoni rapporti con gli esponenti della comunità scientifica o con i membri del Dipartimento della Protezione Civile è rilevante per avere informazioni sicure, certe da poter divulgare alla popolazione che è facilmente impressionabile. Spesso “dati” distolti o interpretati male generano confusione, panico, caos e questo, sovente, produce più danni dell’evento stesso. I giornalisti devono anche resistere alle sollecitazioni dei capiredattori o dei direttori che vorrebbero “pubblicare” articoli forti, a sensazione per “vendere più copie”, “avere più visite o ascoltatori”. Strategie che pagano sul momento, ma non sulla distanza quando la propria credibilità tenderà progressivamente a scemare. Seguendo una “filosofia” diversa, basata sulla verità, sulla trasparenza, sul rigore consentirà di “diventare una fonte stimata, quotata, apprezzata” dalla gente ed anche dagli addetti ai lavori con cui è significativo instaurare un rapporto di fiducia, di collaborazione reciproca. Non è stato sempre così in Italia e la diffusione di notizie clamorose, ma inesatte, ha terrorizzato le persone. Anche quando si pubblicano i “dati” di una scossa è sempre opportuno accompagnarli con il parere di un esperto (ricercatore, membro della sala operativa) e, soprattutto, con parole che chiariscano, in maniera semplice, chiara, inequivocabile, il grado di pericolo. Sovente i cittadini leggono di un terremoto di bassa magnitudo, ma non essendo pratici della materia, si impauriscono e chiamano le unità di soccorso (protezione civile locale, l’Osseravtorio Vesuviano) che, poi, devono tranquillizzare tutti. Sono questi gli utili consigli esposti dal reporter Franco Mancusi nel corso di formazione per giornalisti organizzato dall’Assostampa Flegrea (svoltosi presso la sala convegni del complesso Gli Dei). Oltre 1100 gli articoli su calamità naturali scritti dall’ex caporedattore de “Il Mattino” che ha ricordato che “le prime forme corrette di comunicazione in occasione di disastri” furono introdotte a Pozzuoli in occasione del bradisismo degli anni ’70 e ’80. Si creò un sistema comprendente reporter, geofisici e vulcanologi che gestirono l’emergenza che provocò danni ai fabbricati, diverse polemiche, ma nessuna vittima. In una scuola c’era la “centrale operativa” dove fu allestito una versione primitiva di un blog che fu gestito con il necessario impegno, preparazione, attenzione. Il presidente dell’Assostampa Flegrea Gino Conte ha raccontato che, nel 2009, in occasione del sisma a L’Aquila, si recò in questa città per aiutare un’emittente radiofonica amica che aveva avuto forti danneggiamenti alla sede ed alla strumentazione. Giunto sul posto supportò anche la Protezione Civile divulgando alcune comunicazioni di servizio e distribuendo molte radiotrasmittenti (unico mezzo che funziona in quei frangenti quando la rete internet e della telefonia mobile salta). Un bell’esempio di sinergia che fa da contraltare a quanto accaduto a Napoli nel 2010 quando furono scritti articoli eclatanti, spaventosi sulle sperimentazioni scientifiche in corso nell’area dell’ex Italsider. Protagonista di quello studio fu anche Giuseppe De Natale, oggi direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che, sottolineando il fondamentale ruolo dei media, chiede agli operatori di capire bene le nozioni loro fornite dagli esperti che “possono commettere qualche errore di espressione”, di “trasmettere messaggi chiari, semplici, cogliendo l’essenziale, facendo attenzione ai termini tecnici che hanno un significato ben preciso”. Ha invitato, inoltre, a non far diventare “scoop notizie che sono banali” ed eventualmente a non ingigantirle per renderle più appetibili come accadde con il caso di Vermicino quando fu raccontata la morte in diretta senza poi dare il giusto risalto al salvataggio avvenuto. La cattiva informazione può “mettere alla berlina” autorità e strutture senza tener conto dei progressi che sono stati compiuti nel campo della prevenzione e della protezione con il varo di un sistema integrato nazionale con le idonee ramificazioni regionali e comunali. Di esperienza in questo ambito né ha da vendere Piero Moscardini che, da vigile del fuoco, membro e funzionario della Protezione Civile, ha vissuto il terremoto dell’Irpinia, di San Giuliano di Puglia, de L’Aquila, l’alluvione a Sarno. Tante situazioni che gli hanno permesso di spiegare che la comunicazione deve essere attiva, partecipe in due fasi. In quella ordinaria, di tranquillità, deve chiarire i ruoli, le funzioni, le competenze ed i piani di gestione dell’emergenza che devono essere noti alla collettività perché tutti devono saper fare la propria parte. Durante la crisi devono innanzitutto individuare un unico interlocutore e deve essere di livello, non il semplice soccorritore che non ha un quadro completo della situazione. Con questo riferimento deve instaurare un rapporto immediato di collaborazione perché spesso il reporter conosce molto meglio il territorio (caratteristiche, asperità, ecc..). La diffusione delle informazioni non deve essere ritardata ed essere sempre basata su un linguaggio semplice, efficace. Meglio poche parole chiare che un testo prolisso, contorto.

 

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